martedì, marzo 27, 2007

The Cure

PROFugo in tempo di pace 12-03


Pronto a postare di nuovo? Nemmeno per idea. Troppo confuso. E’ che rinchiuso in questo manicomio, l’alternativa a farmi partire la brocca è piazzarmi gli auricolari e pensare ad altro. Pensare: è un po il cancro del ventunesimo secolo. Tutti esauriti. Perché? Pensano.
Debiti, lavoro, studio, la moglie, l’amante, la macchina..la vendita dell’immagine ci sta logorando tutti.
Personalmente non mi sento particolarmente toccato dalla piaga. Ho conquistato una piccola nicchia che mi permette di sognare le spiaggie di Cuba senza mai raggiungerle, ma tutto sommato va bene così. Certe cose è anche più bello sognarle. Cmq.
La vita gira attorno ad una miriade di coincidenze fortuite, siamo tante belle marionette in un carosello orchestrato dagli eventi e dagli ormoni, e francamente non mi importa se lo spettacolo che propongo non abbia il seguito che richiede. La mia è un idea. L’idea è la mia. Sti cazzi.
Non a caso il titolo. Ho riscoperto un gruppo che avevo accantonato negli anni, ancorato così irrimediabilmente agli anni in cui croce e delizia avevano almeno il buon gusto di alternarsi, tra la fine del liceo, una tromba al castello e l’inizio/fine di storie più o meno plausibili. La cura. La solita ironia della sorte: è il titolo della canzone di Battiato che mi aveva dedicato l’altra metà del mio cielo. Proprio quella metà in cui ora non smette più di piovere, e che, goccia dopo goccia, sta cancellando ogni motivo per condividere con chicchessia il mio firmamento di emozioni.
Disintegration è proprio un bell’album. Ti sfoga, ti rilassa, ti avolge.
Eravamo in un soppalco, appena sedicenni, si parlava dei sogni, e quando arrivava Lullaby, ci si fermava ad ascoltarla. Eravamo illusi e volavamo.
Tempo dopo, in una panda, giusto ventenni, e tra il diritto privato, due cefali ributtati in mare ed una piazzetta, c’era Playing song, e ci si fermava a flasharla, con il fumo che lentamente usciva dalla bocca. Eravamo feriti, ma non mollavamo.
Sono in un cubo di cemento, quarto di secolo suonato, vedo ogni giorno l’alba ma non il tramonto, la luna ma non le stelle, e non so domani in quale posto mi sveglierò; ma se ascolto Close down, mi sembra ieri quando mi trovavo sulla scogliera Salentina, con l’acqua limpida ed infinita, e una palla infuocata che spariva all’orizzonte. Le onde lentamente lambivano gli scogli, e creavano una melodia ipnotica. Qualche timida folata di vento mi rinfrescava il viso. L’ho sognato? Che importa. Lo porto dentro. E poi sono i sogni che rendono la realtà meno infame, dandole quella pennellata di magia che ti imbambola l’espressione e ti fa luccicare gli occhi. E poi sono gli sguardi, quelli in cui ti rispecchi e in cui cerchi lontane isole per dimenticare il mondo. A volte è così caldo crederci.
Ed è proprio così che è calato il sipario su un’altra lunga giornata.
DRIN! Apri gli occhi.